Alessandro Bernardi

Schegge di un lontano passato alla Maison de l’Italie

Alessandro Bernardi

Ordinario di diritto penale nell’Università di Ferrara

Coordinatore del dottorato di ricerca in “Diritto dell’Unione europea e ordinamenti nazionali”

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Dover condensare in poche parole la mia esperienza alla Maison de l’Italie è impresa disperata: un mondo di immagini e sentimenti, ancora vivissimi nonostante i tre decenni ormai trascorsi, da stipare in poco più di un telegramma. È anche, come spiegherò, un compito doloroso.

Grazie a una borsa CNR subito bissata, giunsi nel 1982 a Parigi con l’amico Piero Ignazi, lui pure vincitore di una analoga borsa CNR. Avevamo preso in affitto un bell’appartamento nel Marais, ma presto ci rendemmo conto che la Cité universitaire sarebbe stata una soluzione abitativa più in linea con le nostre esigenze. Riuscimmo entrambi ad accedere alla Maison, dove mi trovai subito perfettamente a mio agio nonostante l’essenzialità dell’alloggio (allora le stanze avevano solo il lavandino, i servizi igienici e il telefono erano in comune).

Dividevo il mio tempo tra l’Université Paris II Panthéon-Assas e la Casa; nella prima attingevo i materiali per la mia ricerca sulla riforma del sistema sanzionatorio francese, nella seconda studiavo, scrivevo e più in generale vivevo.

Secondo le regole della Cité, anche allora alla Maison gli italiani erano la metà circa dei residenti, che per il resto provenivano da ogni parte del pianeta. Più o meno ci si conosceva tutti, anche se poi − come è naturale che sia − si diveniva amici solo delle persone più affini, o per le quali comunque si avvertiva maggiore simpatia. Con costoro si improvvisavano gite di fine settimana che ci videro arrivare sino in Bretagna; si organizzavano incontri sportivi nella più svariate discipline; si cenava in grandi tavolate nelle quali si mescolavano disordinatamente piatti delle più diverse tradizioni gastronomiche.

Altrettanto variegati erano gli argomenti di conversazione, che spaziavano dalle proprie specifiche esperienze lavorative ai temi tipici di ogni compagnia di giovani. Ma quello che subito mi colpì era la tendenza a mescolare con la massima naturalezza discorsi “bassi” e discorsi “alti”, questi ultimi a onor del vero prevalenti sui primi. Si parlava di filosofia, di poesia, di linguistica, di architettura, di storia dell’arte e di tante altre cose. Ho spesso ripensato a certe discussioni imbastite alla Maison e mi sono convinto che mai nella mia vita ho avuto modo di abitare un luogo altrettanto capace di infondere sapere, di offrire cultura nella pienezza di questo termine. Ovvio che tutto ciò non possa non avermi aiutato nel corso della mia carriera universitaria, del resto costellata di finanziamenti ottenuti da istituzioni francesi ed europee ben disposte nei confronti di chi mostrava attitudine per la dimensione “culturale” del diritto e per la ricerca su scala transnazionale.

Risulta poi altrettanto ovvio che un clima siffatto favorisca amicizie capaci di resistere al tempo. Infatti con Piero Ignazi, noto politologo, ci si continua a vedere; e quando passo da Roma incontro regolarmente Raffaella Petrilli, in seguito divenuta direttore del Dipartimento di Studi sulla comunicazione dell’Università della Tuscia, alla quale allora ricorrevo per rendere più incisivi i miei articoli di diritto penale.

Ma anche nei confronti di quegli amici che i casi della vita hanno portato a non frequentare più resta un senso di profonda comunanza e di intimità, nella comune consapevolezza di avere condiviso un prezioso segmento del proprio vissuto. Lo dimostra il fatto che di tanto in tanto qualche vecchio ex-residente riemerge dall’ombra per annunciarmi un suo passaggio nella mia città, o anche solo per salutarmi con una mail o con altri mezzi di comunicazione, moderni “messaggi nella bottiglia” che arrivano da un passato restio a svanire. Così, pochi anni fa, mi è sembrato del tutto naturale ospitare per qualche tempo a casa mia Daniela Boccassini, che dalla lontana Vancouver − dove insegna filologia romanza − mi aveva fatto sapere di un suo imminente arrivo a Ferrara per svolgere una ricerca sugli Estensi. Così, giusto la settimana scorsa, ho ricevuto una inaspettata quanto affettuosa telefonata di Grazia Spillantini, ora professore di neurologia molecolare all’Università di Cambridge; e nel corso di questa telefonata, quasi per magia, il discorso è ripreso in modo del tutto naturale, come se il nostro ultimo incontro fosse avvenuto ieri e non invece trent’anni fa.

Più difficile, più complicato il rapporto con la Cité universitaire e la Maison. Negli anni ’80 e nei primi anni ’90 vi sono tornato diverse volte per soggiorni di studio di varia durata. Anzi, nel 1992 io e Daniele Lepore (altro amico che non ho perso di vista) fummo gli ultimi residenti a lasciare quella che ormai consideravamo casa nostra, dopo che già da qualche tempo erano iniziati i lavori per la sua ristrutturazione. Mentre gli operai coi loro martelli pneumatici avanzavano in modo implacabile demolendo le vecchie strutture, noi tentavamo con ogni mezzo di restare alla Maison spostandoci da un piano all’altro e da una stanza all’altra, finchè non ci costrinsero definitivamente a sloggiare.

Devo però confessare che questi ulteriori soggiorni sono stati per me solo una pallida replica di quello del 1982-1983. Malgrado il crescente legame con la Residenza italiana, vederla abitata da persone sempre diverse mi trasmetteva un senso di spaesamento. E poi trovavo ogni volta più rovinato il magnifico tavolo da ping pong che avevo comprato attingendo al fondo comune della Casa; credo proprio che di quel tavolo, e degli appassionanti tornei che vi ebbero luogo, oggi non resti traccia alcuna.

Nell’ultimo decennio, in quanto coordinatore generale di un dottorato internazionale che contava tra le sedi consorziate l’Université Paris I Panthéon-Sorbonne e il Collège de France, ho avuto modo di tornare spesso a Parigi, anche per lunghi soggiorni da professeur invité. Tuttavia − benchè attratto dalla Cité universitaire, dai magnifici parchi che la circondano e da tutto quello che tali luoghi rappresentano per me − ho cercato di evitare per quanto possibile Boulevard Jourdan e i suoi dintorni. Ogni cosa accade un’unica volta e certe stagioni della vita non solo non possono essere rivissute, ma forse non andrebbero nemmeno rievocate: per evitare di accorgersi che, al di là di ogni soddisfacente percorso professionale, il tempo toglie più di quanto sappia poi concedere.

Ferrara, 2 aprile 2015.